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Moto Perpetuo

Lorena. 26. Roma.

Me ne voglio andare da questo paese e voglio guardarlo sprofondare da lontano. Nessuno si merita la ripresa economica, nessuno si merita nulla, né ciò che abbiamo avuto né ciò che avremo, e sarà così sino a quando non si conoscerà il significato delle parole rispetto e civiltà.

Voglio andarmene da questo paese e voglio guardarlo inghiottito dal nulla, voglio che si trascini dietro tutta questa società dalla quale presuntuosamente mi dissocio, la società dei giovani vandali sboccati che non mostrano il minimo rispetto per ciò che hanno, la società delle famiglie cieche e permissive, la società del “se lo fa lui lo faccio anche io” per giustificare ogni atto, anche quello più riprovevole, quello malato, quello illegale. Una società senza pulizia, polizia, senza alcuna forma di legge e di gratitudine verso il prossimo e chi invece c’è stato prima di loro. Una massa di pecore belanti, ecco cosa siete tutti quanti; quando urlate come scemi per strada siete esattamente delle pecore che seguono, boh, che seguite? Continuate a brucare l’erba, o fumatevela, fateci quello che vi pare, ma non vi meritate nulla, nulla, nulla, vi meritate la deriva e l’oblio perché siete solo capaci di fare danni senza provare la minima forma di senso di colpa. Tutto vi è dovuto, e io non vedo l’ora che non ci sia più nulla da darvi. Prima o poi tutto questo vi condurrà al totale annientamento, e godrò perché è quello che state creando con le vostre mani.

Sono indignata da quello che vedo, amo il mio paese ma il mio popolo fa schifo, fa veramente schifo, non si merita nulla perché disdegna e distrugge quello che invece già ha, e l’idea che un giorno quel poco che rimane sarà nelle mani di chi già ha iniziato a distruggerlo mi fa solo venire la voglia di fare le valigie e sparire; non sopporto di veder deturpata la terra che amo da gente alla quale non è stato insegnato nulla. Nemmeno il concetto di amore e di gratitudine per ciò che i nostri antenati, prima di noi, hanno fatto affinché noi potessimo vivere così. 

Voglio proprio vedere cosa farete quando non mi sarà rimasto nulla. 

x salve x

Forse, ripensandoci, non è del tutto errato definirlo un “rito di passaggio”. Quando ho tolto il cd dallo stereo per la prima volta dopo più di un anno ho proprio pensato a questo, e a quello che oggi ho letto sul libro che sto studiando. “Per rito di passaggio si considera ciò che segna la fine di un percorso e l’inizio di un cambiamento nella vita dell’essere umano; non ha valenza magica, ha valenza solo per l’uomo - e per la sua comunità - che attraverso di esso segna una linea dalla quale avverrà il cambiamento nella sua vita. Da quel momento cesserà di essere un bambino ed entrerà a tutti gli effetti nella società come uomo, rinunciando talvolta al suo stesso nome”. Ho alzato il volume come non avevo mai fatto, volevo sentire i bassi battermi nel petto, ed è stato bello perché non sapevo a che velocità stavo andando, non sentivo il motore della macchina, sentivo solo la musica. Poi l’ho tolto, il cd, e con disprezzo l’ho lanciato in borsa, senza curarmi del fatto che magari qualche chiave potesse rigarlo; non mi interessava perché sapevo già che non avevo intenzione di ascoltarlo mai più.

La musica neomelodica napoletana e le annesse ed essenziali sgallettate sull’autobus che cantano a squarciagola sono l’ennesima dimostrazione del totale degrado sociale.

Le cose sono due: o compro solo correttori di merda oppure ho delle occhiaie epiche, che manco col cemento armato ho speranze.

Poi, comunque, ad un certo punto sorge anche spontaneo chiedersi perché le altre ragazze in camicetta e pantaloni sono perfette ed elegantissime e io sembro una stracciona.

Avrei avuto veramente molte cose da dire. Come quando, no, vi capita di avere così tanti discorsi in sospeso da non vedere l’ora di affrontarli, state lì frementi, in attesa del momento, e poi quando questo arriva ecco che tutta la voglia di parlare sparisce nel nulla e ogni parola perde valore, senso; tutto diventa futile. I discorsi non sono più discorsi, non si sa cosa diventano, ma non hanno più lo stesso senso di prima. Avrei voluto veramente dire tanto, ma tutto è diventato inutile, e anche ora sono di più le frasi che cancello di quelle che scrivo, perché indipendentemente da quello che scriverò tutto rimarrà esattamente come prima. E se le cose stanno così, allora, non parlo più.

Dei familiari che hanno il coraggio di giustificare dinnanzi le telecamere un atto come quello accaduto al giovane ragazzo di Napoli non sono persone normali, nel senso spicciolo di deficienza, manca qualcosa dentro la loro testa che, appunto, li rende delle persone malate. E da qui si capisce anche molto della mentalità del ragazzo che ha violentato -anche se il termine non mi piace, ma non posso utilizzarne altri- in modo così malato, squilibrato; se le radici sono marce, e sono fermamente convinta che sia così, non si può pensare che l’albero crescerà sano. Un familiare sano non sarebbe mai arrivato al punto di giustificare un atto come questo in nessun modo possibile; si sarebbe rinchiuso in casa e si sarebbe vergognato della sua progenie. 

Voglio dire no a quelli che ogni santissima volta che fanno un esame all’università la prima cosa che fanno è correre su facebook a scrivere i voti - cazzo, i voti! Ma lo sapete cos’è la privacy?- perché vogliono millemila complimenti per gonfiarsi l’ego. Evidentemente non vi basta solo la gioia di averlo superato, ‘sto benedetto esame.

Voglio dire no alle neo mamme che stanno ogni secondo a scrivere quanto sono belli i loro bimbi, quanto sono bravi, e se hanno fatto la pipì, la pupù, se hanno la febbre, quanta febbre anno, e, soprattutto, si mettono a pubblicare le foto dei loro pargoli. Anche voi avete bisogno che vi venga spiegato il significato della parola privacy e, soprattutto, andate a godervi i vostri figli invece di stare ad aggiornare noi su quello che fanno, che poi vi perdete i loro progressi e si vede da come crescono. State dietro a loro, non a noi.

Voglio dire no ai genitori “mollicci” che invece di sgridare i propri figli indisciplinati, lasciati a pascolare come le pecore, stanno lì a fare moine e si fanno comandare da loro - ma seriamente? - che, ovviamente, continuano a fare quello che vogliono perché non sono stupidi, lo capiscono che stanno in vantaggio no? E quindi continuano ad infastidire chiunque sia nei loro dintorni. Non ce la faccio più a sentire mamme incapaci di riprendere il proprio figlio e di dargli una punizione perché sennò poi lui fa i capricci. Smettete di fare figli se poi non volete educarli. Che poi non ne voglio sapere niente se crescono strafottenti.

Voglio dire no all’intera categoria di persone - ed è vasta, ve lo assicuro - che si sente Dio sceso in terra e si comporta come se tutto fosse dovuto/scontato/obbligatorio perché “tu non sai chi sono io”, e sinceramente continuo a desiderare di non saperlo, giusto per dire.

Ci sono due tipi di lettori: quelli che “oddio, sono ancora a pagina 200” e quelli che “oddio, sono già a pagina 200”.

Ci sono pareri discordanti riguardo l’attenzione che bisogna dare alle cose. C’è chi afferma che affrontare l’esistenza con estremo cinismo sia la soluzione migliore, la più razionale e giusta per non avere problemi; d’altro canto c’è chi afferma che la sensibilità sia la chiave di lettura di tutto ciò che ci circonda, ciò che ci rende umani. Come ogni buona teoria che si rispetti, ognuna di queste viene criticata/elogiata a seconda dei casi; e, come tutte le teorie, nessuna delle due è applicabile a tutti i casi.

La sensibilità è una virtù, e in quanto tale va tutelata con la riservatezza. Il mostrare con troppa passione i propri bisogni, i propri pensieri è al giorno d’oggi, per la maggior parte delle persone, un segno di debolezza e bontà; si cade così nel banale luogo comune “sensibilità = essere fessi” solo perché, inutile dirlo, si è inciampati nel corso dei decenni in una rete di pregiudizi così tanto fitta che uscirne richiede troppo impegno. Non è impossibile, ma lo sforzo per farlo è troppo, e noi per natura siamo degli essere veramente pigri. Naturalmente anche leggere tra le righe di un discorso ne richiede un’eccessiva dose, di impegno intendo, e troppi sono i casi in cui scioccamente ci si ferma alla più banale apparenza senza approfondire la cosa. E pensare che non ci vuole molto sforzo ad essere empatici, ogni tanto. Quella della lettura tra le righe è come una religione, professata da tanti ma messa in pratica veramente da pochi, e vorremmo fosse sempre applicata ai nostri casi, ma noi non siamo particolarmente propensi a metterla in atto con gli altri. Allora si sfocia, com’è giusto che sia, nell’incomprensione, quella più sciocca, quella che col minimo sforzo poteva essere evitata.

Siamo nell’era della comprensione della diversità, parliamo ogni giorno di differenze tra popoli, culture, persone, religioni, lingue, ma paradossalmente viviamo anche nel tempo del totale annichilimento della vera capacità di comprensione, il più semplice provare a comprendere che non tutti reagiscono nella stessa maniera, che non tutti hanno gli stessi pensieri. Questo, che dovrebbe essere un meccanismo naturale, umano, è diventato in realtà una cosa non più scontata, si ha il timore di correre sempre il rischio di parlare con persone che non comprenderanno un qualsiasi nostro gesto, ma probabilmente lo giudicheranno a priori perché semplicemente non lo condividono e non lo vogliono comprendere, e man mano che questa storia va avanti e più le persone si chiudono nei loro gusci e riservano al prossimo lo stesso identico atteggiamento che è stato riservato a loro in precedenza. Reazione a catena, più che scontata del resto. La stupidità umana ha la capacità di prendere il sopravvento sulla sua intelligenza con una velocità disarmante ed abbiamo il coraggio di affermare che non è così.

Viviamo nell’era delle belle parole di cui conosciamo il significato solo per via teorica. Però, evidentemente, ci va bene così.

Cosa c’è di peggio delle bimbeminkia che criticano le altre bimbeminkia dando loro, appunto, delle stupide bimbeminkia, senza rendersi conto che anche loro sono senza dubbio delle bimbeminkia?

Tornare a leggere un libro che non sia per un esame universitario è una cosa così bella ed esotica che quasi quasi mi ci viene da piangere. Ho superato giapponese magistrale, posso morire felice.

Io non vorrei fare pensieri cattivi, però, essenzialmente, non mi danno altra scelta.

In questo momento penso di essere prossima a quello che all’università chiamiamo “sfaciolamento”, la gioia di essere stata tra i pochissimi superstiti dello scritto di giapponese si è spenta subito quando ho sentito in lontananza la musica di “Profondo Rosso” e ho realizzato che avevo dieci giorni per prepararmi all’orale. Orale. Di giapponese. Dieci giorni. Preferivo una telefonata in stile “The Ring” e morire in sette giorni, così mi toglievo il problema alla radice.
Mai scelta fu più presa a cazzo di questa. Farò un vero e proprio 飛び込み dalla finestra della camera in onore della patria.

Ieri ho festeggiato il compleanno imprecando contro la mia professoressa di giapponese e il fatto che ancora non abbia pubblicato i risultati dell’esame e contro il professore di relazioni internazionali, il mio ex relatore folle della triennale, che mi ha cambiato il turno dell’esame mettendolo, appunto, il giorno del mio compleanno. Sono tornata con un bel voto e un esame in meno, è scoppiato un temporale di quelli che fanno tremare i palazzi e, nonostante tutto, sono uscita per andare a mangiare un panino grosso quanto la mia faccia.

Alla fine non è stato un completo schifo, mi rimangio quello che ho detto ieri.