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Moto Perpetuo

Lorena. 25. Roma.

C’è un girone all’inferno per tutti coloro che si fanno le macchine di grossa cilindrata e poi occupano la carreggiata procedendo alla velocità di una lumaca.

Il gioco dell’oca

Che l’essere umano è notoriamente volubile e non sa sempre quello che vuole si sa sin da quando la catena dell’evoluzione umana era ancora ai suoi primi anelli; talvolta si convince che certe mete che si prefissa siano la cosa più importante, ciò che realmente vuole, ma quando poi le raggiunge ecco che questa fantomatica importanza la perdono tutta. Si rivelano per quello che sono, ossia poco più di nulla. Eppure se non ci illudiamo prefissandoci di volta in volta un punto di arrivo stiamo male, abbiamo l’impressione di non vivere, ci sentiamo falliti e sciocchi e odiamo tutti coloro che vanno avanti senza di noi. Solo perché noi restiamo fermi crediamo che gli altri debbano fare lo stesso. Viviamo come se fossimo pedine di un gioco da tavolo, senza dadi siamo perduti e non possiamo muoverci, e rimaniamo sulla nostra sciocca casella a vedere le altre pedine sorpassarci come nulla fosse e raggiungere il punto di arrivo. E non sempre si ha il coraggio di prendere decisioni drastiche come quella di uscire dal gioco per iniziarne un altro o quella di perseverare sino a quando non si raggiunge la fine, anche da perdenti. In quel caso l’essere umano va in crisi e rimane lì, a farsi migliaia di domande e a buttare il morale a terra perché non riesce a sostenere la stasi e la sconfitta. Ci neghiamo il diritto di essere in crisi, di avere dei dubbi, perché vorremmo non averli e, soprattutto, non abbiamo il coraggio di scegliere.

Qualcuno oggi mi deve aver protetta quando i pensieri erano così tanti da offuscarmi la mente e la vista sino al punto di farmi quasi investire da una macchina. Ho sorriso, all’inizio, per sdrammatizzare, poi mi sono rifugiata nella mia auto e ho pianto, lì per lì credevo per lo spavento, ma poi ho capito che erano i nodi di questi mesi che si scioglievano, di tante parole che erano state taciute e che improvvisamente hanno trovato il loro sfogo. Ho visto la mia vita da fuori così come volevo, e allora ho capito quello che voglio, e ho parlato. Chissà, però, se sono stata capita.

E allora quando la macchina si è guastata ho detto a mamma “ma io non me ero accorta, aveva funzionato bene sino a quel momento!”. Lei mi ha guardata con dolcezza e mi ha risposto “è così che accade. Le cose si rompono così, all’improvviso, sempre”.

Oggi ho aiutato Flavia a ripetere la Prima Guerra Mondiale. La ricordo ancora come se l’avessi studiata ieri, e ricordo come invece all’esame di maturità dopo aver asserito che Francesco Ferdinando fu ucciso da uno studente serbo mi bloccai come se avessi rimosso dalle mie conoscenze tutto, persino la lingua italiana. E mentre prima le spiegavo le varie fazioni e come si sono evoluti i fatti con una competenza che avrei voluto avere anni fa, pensavo che mi sarebbe piaciuto poter viaggiare nel tempo. Un pensiero che mi ossessiona da un po’, tornare indietro per rifare la maturità ed eccellere, per trattenere persone che hanno lasciato delle voragini, per poter risentire il tocco delle persone che non ci sono più. E per impedire che certi eventi prendano la piega che oggi hanno. Vorrei poter tornare indietro per poter rifare da capo tante cose, mutare il loro percorso, impedirmi di arrivare ad oggi ed avere in bocca solo il verbo “odiare”; io odio, io odio, e l’ho ripetuto così tante volte che ora quasi ci credo. Ma la macchina del tempo non ce l’ho e in fin dei conti rifare tutto da capo con la conoscenza del futuro è la scelta codarda, quella più facile. E a me alla fine è sempre piaciuto aggiustare le cose rotte e danneggiate per donar loro una nuova vita. Dovrò prendere gli attrezzi e rimettere a posto le cose.

x ciao x

Per quanto mi sforzi di restare, è come se sentissi il bisogno di staccarmi dalla mia stessa vita. Va tutto bene ma allo stesso tempo tutto va male, ho bisogno di cose che non ho paura di chiedere, ma non so quanto gli altri siano disposti a darmele. Probabilmente pretendo troppo e subito, ma non mi sento apprezzata, le mie parole non hanno più importanza nemmeno per me. Sono giorni che rimugino su decisioni che non voglio prendere perché so anche che tutto ciò è solo un enorme, gigantesco capriccio di una ragazza che in realtà non si accontenta mai. Ho tanto ma voglio di più. La verità è che non voglio accontentarmi, non voglio pensare che non è mai abbastanza, voglio svegliarmi la mattina e sentirmi soddisfatta, compresa, importante, voglio seriamente sentirmi così. E ultimamente non va, non va proprio. Ho bisogno di uscire dalla mia stessa vita per rendermi conto che in realtà ho tanto, che qualcuno disposto ad apprezzarmi e capirmi esiste ancora, voglio smettere di essere sempre la solita scema. Voglio sentirmi importante.
Devo uscire dalla mia vita per un po’, però poi torno. Forse.

Una volta qualcuno mi disse che l’amore è tutto, che basta quello per mandare avanti le cose. Inorridii in modo visibile, questi falsi ideali romantici non sono da me, risposi quasi scocciata, perché se veramente bastasse l’amore molte cose nell’intero universo andrebbero diversamente, molte persone sarebbero più felici. Lui ha risposto che non sempre l’amore rende felici, e ho annuito, ero d’accordo, ma poi ho aggiunto che di base l’amore è la cosa che più fa male in assoluto, per essere felici c’è bisogno di molto altro, di tanti contorni che non sempre ci sono, sono quelli insieme all’amore a fare la vera felicità, per questo inorridivo all’idea che bastasse solo l’amore, l’idea era triste, e lui ha provato a rispondere nuovamente, ma la bocca gli si è richiusa perché non aveva più argomentazioni e io me ne sono andata così come ero venuta, con nulla in meno e nulla in più.

x cose x

Ho un livido sul gluteo sinistro grosso quanto una mano, ma non è il segno di una mano, è il ricordino della caduta fatta stamattina sull’autobus quando per non fare un incidente l’autista ha inchiodato facendo volare tutti i suoi passeggeri. Mi fa un male cane e mi rode perché non posso stare seduta a lungo e io dovrei studiare. Sarà un segno divino?

Sedevo sul letto con le spalle poggiate al muro ed osservavo la scritta “ultimo accesso alle ore 14:30” su whatsapp, poi questa è diventata “online” ed è ritornata “ultimo accesso alle 14:33”. Lo schermo abbassava la luminosità ma io non l’ho lasciato spegnere, osservavo quella scritta e mi chiedevo tante cose senza accorgermene del tutto. Poi ad un certo punto mi sono ritrovata circondata da punti interrogativi e non ho più potuto ignorarli, allora ho chiuso whatsapp, disconnesso internet e mi sono messa a districare quei nodi fatti di domande. Quanta nostalgia; per un momento era come se fossi seduta sul muretto fuori della biblioteca, con lo sguardo rivolto al mare e ai gabbiani e al tramonto, col pensiero che dovevo rientrare a prendere i libri, per l’esame di storia, che avevo lasciato in aula studio. Ero piena di pensieri e di aspettative, ero convinta che certe cose non sarebbero potute andare in modo diverso da come lo immaginavo perché era quello che più volevo in assoluto, ne parlavo solo con una persona perché avevo paura che tutto ciò che desiderassi fosse troppo, ma mi veniva sempre detto che non era così. Che era lecito e comprensibile. Poi però i numeri si sono evoluti e siamo arrivati a 2014 e io non me ne ero nemmeno accorta, avevo perso il conto, ma questi ultimi giorni qualcosa mi ha fatto ricordare che il tempo è passato e ora non sono seduta sul muretto davanti al mare, ma sul mio letto a pensare, da sola. Con un mare di nostalgia dentro, nostalgia per cose che volevo provare ma che non ho mai provato. Ho fallito, che tristezza, ho miseramente fallito, quanto avrei voluto che le cose fossero andate diversamente, forse è stata tutta colpa del ragazzo che sull’autobus scriveva ad una ragazza e io ho immaginato tutta una storia che probabilmente nemmeno esiste, però poi ho ricordato che era quello che volevo io, che avevo voluto, e mi sono sentita una sciocca perché il corso degli eventi me lo aveva fatto dimenticare e mi veniva un po’ da piangere, però non l’ho fatto, ho solo tolto la giacca di pelle e tirato su le maniche della maglia. Era tutto ok. Ormai il tempo era passato ed era troppo tardi. Che tristezza, averlo dimenticato; ma è ancora più brutto averlo ricordato ed essermi accorta che non posso più averlo, che cosa brutta, eppure mi piacerebbe così tanto sapere che ancora posso. Ma per farlo dovrei mandare all’aria tutto quello che ho. E quanto ne vale la pena? Forse tanto, forse poco. Odio il beneficio del dubbio.

Io lo so che non devo fermarmi alle apparenze. Probabilmente quell’uomo sarà stato un padre tremendo, di quelli violenti e cattivi, che una volta ti picchiavano con la cinta sino a lasciarti i segni, però per me era solo un dolce vecchietto col sorriso. Ma poi i suoi occhi si sono fatti lucidi e tristi quando suo figlio gli ha urlato contro facendo girare tutti. Sarà che non mi devo fermare alle apparenze, ma sarei andata lì, lo avrei abbracciato e riempito di baci.

Sto così da tanto sul piede di guerra che non ricordo più com’è la pace, però oggi mi sono bloccata all’ingresso della stazione di Vittorio Emanuele e ho attaccato il telefono perché per un momento ho percepito la quiete. Ho preso i due euro di resto avanzati dal pranzo e dal caffè perché erano tutto quello che avevo e li ho messi nella custodia della chitarra del ragazzo che stava suonando “Watch over you" degli Alter Bridge. Ho aspettato che suonasse la nota finale intonando la frase "... but I’m long gone" e gli ho detto "complimenti per la scelta musicale", mi ha sorriso e mi ha ringraziata. Gliel’ho detto che mi ha fatta bloccare sulle scale perché, essenzialmente, chi se lo sarebbe mai aspettato di sentire quella canzone proprio lì a Vittorio Emanuele? L’ho cantata tutta, gli ho detto. "Hai degli ottimi gusti musicali, allora", ha asserito, e io mi sono stretta nelle spalle perché, diciamocelo, i gusti sono solo gusti. L’ho salutato e ho ripreso la telefonata che avevo bruscamente interrotto, avevo il cuore un po’ più leggero e sorridevo, e sono tornata a casa come se la mia giornata fosse cambiata; ho visto tanti turisti in sandali e pantaloncini corti, mentre io a malapena avevo tolto il giacchetto di pelle perché, sì, fa caldo, ma non così tanto da andare in giro come se fosse agosto inoltrato. Ho provato a fare gli esercizi per domani mentre ero sull’autobus, ma scrivere ideogrammi con le buche non è particolarmente fattibile, allora mi sono guardata intorno perché il lettore mp3 era in fondo alla borsa e a me non andava di prenderlo. Allora ho ascoltato le due tizie russe cercando di estrapolare qualche parola nota dai loro discorsi per analizzarla, ma ho miseramente fallito, ho capito che il tizio dietro di me ascolta death metal perché aveva il volume così alto che lo sentivo anche io, ho provavo tristezza nel vedere una ragazza rom di non più di 15 anni con già un pargolo al seguito ed in procinto di darne alla luce un altro, mentre sua madre, che non avrà avuto più di 30 anni, le parlava nella loro lingua e probabilmente le diceva cose non molto piacevoli, perché la giovane storceva la bocca e si girava dall’altra parte. 

Ho mal di testa e ho scoperto che sono portatrice sana di progresso, ma allo stesso tempo sono una vecchia bigotta che “signora mamma mia i giovani d’oggi”.

C’erano così tante speranza in questa aria calda e piena di novità. Speravo avrebbe portato con sé anche l’amore, quello da baci sulle panchine mentre i gelati in mano si sciolgono, quello da passeggiate sul lungomare mano nella mano, quello che fa sentire leggeri e liberi. Un po’ adolescenziale, sì, ma alla fine ero solo una ragazzina. Chissà cosa mi aspettava, mi chiedevo, attendevo la fine della scuola come quando si attende un piatto di pasta quando si ha fame; mi immaginavo di ripresentarmi a settembre con la vita totalmente cambiata, una persona nuova, cresciuta e magari non più sola; era come se nella primavera e nell’estate ci fosse stata quella speranza che non avevo mai avuto. Stava per portarmi qualcosa di bello, ne ero certa. Immaginavo grandi cose, immaginavo grandi mutamenti, ma alla fine nulla accadeva mai. L’abbronzatura spariva nel giro di pochi giorni, tutti erano felici, si lasciavano andare e vivevano cose bellissime, e io mi sentivo sola perché avevo paura, mi frenavo ed ero triste. L’estate, da portatrice di belle cose, ha iniziato a fare schifo, la speranza si è tramutata in ansia, trovavo pace solo nelle foglie ingiallite dall’autunno perché pensavo mi somigliassero di più delle giornate afose e soleggiate. Chissà che mi aspettavo, veramente. Eppure il ricordare con quanta gioia aspettassi la nuova stagione, con quanta felicità prendevo il suo arrivo, è stato triste. Ero veramente convinta che qualcosa sarebbe cambiato, che la felicità che meritavo e aspettavo da tanto fosse dietro l’angolo. E invece il mutamento lo ha portato solo quando l’ho odiata. Che strana, la sorte.

Capisci di aver miseramente fallito quando una cosa per la quale avevi promesso che non ti saresti più arrabbiata in realtà ti fa ancora piangere sangue e intossicare il fegato.

Alle tre e mezzo le mie palpebre si sono alzate. Ero confusa, non riuscivo a capire se sino a quel momento avevo dormito o se ero rimasta sveglia per quasi due ore. Nella mia testa ripetevo una frase che finiva in 作りたいものだ, nemmeno fosse un mantra, e in un angolino canticchiavo “Slip to the void" degli Alter Bridge. Mi sono alzata, sono andata in cucina, il marmo era freddo sotto i miei piedi, la casa illuminata solo dalle fioche luci dei lampioni giù in strada; riuscivo a sentire il respiro profondo dei miei genitori nel silenzio assoluto della notte. Ho preso quelle pasticche omeopatiche che la dottoressa ha detto che devo prendere quando non dormo, io non lo sapevo se avevo dormito, però nel dubbio le ho prese comunque, perché l’idea di passare una nottata in bianco per colpa di quel cioccolatino al rum in più non mi piaceva, e il fatto che la sveglia fosse impostata alle 8 e trenta mi angosciava. Volevo dormire, ad ogni costo. Non dormire mi spaventa, l’insonnia è come un incubo dal quale non posso svegliarmi perché sono già sveglia. Ho dormito, alla fine, la sveglia ha suonato e io ho corso perché in un modo o nell’altro ho rischiato di arrivare in ritardo. La Colombo era vuota, così vuota che non schiacciare l’acceleratore al massimo è stato impossibile, ho scoperto che la mia auto riesce a raggiungerli i 120 km/h senza saltare per aria, e questo perché avevo la musica così tanto alta da non sentire i giri del motore, lui saliva e saliva e io correvo e correvo, c’erano solo i ciclisti diretti verso Ostia, e poi c’ero io che mi chiedevo se avevo preso tutti i pezzi della mia divisa di danza nel fuggire di corsa da casa, poco prima.

Mamma legge la notizia del bar di Torino, quello pieno di felini da riempire di coccole, mi guarda e mi fa “come mai non ci sei andata l’anno scorso, quando sei stata a Torino?”. L’ho guardata con aria disperata prima di dirle “ma secondo te, se fosse stato aperto, a quest’ora sarei stata a Roma?”