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Moto Perpetuo

Lorena. 25. Roma.

Un’intera identità legata ad un account. Ho pensato questo, oggi, quando ho provato ad accedere al mio indirizzo email e ho scoperto che non potevo più farlo. Intere chiavi di accesso e documenti perduti, ho pensato, anche se il modo per recuperarli esiste, esiste sempre nel mondo della tecnologia. Ma senza questo account mi sono sentita perduta, ho creduto nella tecnologia ed ho sbagliato. 
Ho preso il distacco da queste cose perché una mattina mi sono svegliata ed ho deciso che non volevo più condividere nulla della mia esistenza con nessuno. Accadono cose che ti rendono vulnerabili, e questi ultimi dieci mesi sono stati una bella sfida che ho colto e affrontato a modo mio. “Condividere” è diventato improvvisamente “sputtanare”; la mia esistenza doveva rimanere mia; inciampare in cose scritte e pensate qualche tempo fa mi ha fatto improvvisamente solo venire il rifiuto verso me stessa e verso il mondo intero. Ho pensato di far sparire tutto, cancellare questo genere di esistenza, ma poi ho realizzato che non era giusto. Il passato lo si affronta, non lo si cancella. Doveva essere tutto un promemoria da andare a tirar fuori nel momento del bisogno.

Non penso che esternare i propri sentimenti o i propri pensieri sia sintomo di debolezza, non l’ho mai pensato in tutta la mia vita anche quando i fatti mi mostravano palesemente il contrario. Ho sempre fermamente creduto in questo mio pensiero tanto da farne quasi una religione personale, “sii sensibile e dimostralo”. Alle tre di notte di ieri sera, seduta in fondo al mio letto con le cuffie nelle orecchie che mi cantavano canzoni di un passato per certi versi un po’ remoto, ho pensato a come sono stata cosa sono diventata. Ho rivisto una persona con la mia stessa faccia anni fa ascoltare quella stessa canzone e dire “ehi ma ha la zeppola!” seduta nella stanza di un’amica importante, e per quanto possa sembrare assurdo ho pensato che fosse un’altra persona. E lo era, sicuramente lo era, le orecchie che sentivano quella stessa canzone con “la zeppola” erano le stesse, la mente però era mutata, in qualche modo. Maturare, crescere, vivere significa questo, a certi pensieri ci si deve arrivare da soli, è inutile che provino ad inculcarti il concetto nel cervello. Improvvisamente cresci e nemmeno te ne rendi conto, però poi ascolti una canzone e capisci quanto il tempo abbia mutato la tua concezione di realtà.
Affrontare gli ostacoli senza sapere cosa c’è dopo e avendo la consapevolezza che la strada per tornare indietro è crollata ti muta. Capisci che non è più il momento di mostrare debolezza, ma quello di prendere la rincorsa e saltare; piuttosto che restare fermi è meglio morire nel tentativo di andare avanti. Come tutto, del resto, comporta dei sacrifici, e il mio sacrificio è stato questo, quello di non condividere più. Quello di non avere debolezze. Quello di capire che più mostri il tuo pensiero al prossimo e più questo farà sì che esso ti si ritorca contro. Non mi interessa più mostrare quello che penso, perché il vero trucco è non mostrare le proprie carte, sciocca io che me ne sono resa conto solo ora.

Un’intera identità legata ad un account, sono in troppi a vivere così, io stessa ho vissuto così, e non mi piace più. Ho sofferto, soffro, e soffrirò, ma descrivere il dolore non lo rende più leggero, non mi aiuta più. In questi dieci mesi ho visto, sentito, provato così tante emozioni che io stessa non so più descrivere quello che ho vissuto, e forse è meglio così. Certe cose ci vuole fegato per affrontarle, ti cambiano, ma non te ne rendi pienamente conto sino a quando non affronti volontariamente il passato. E se quel passato non ti abbatte più, se sei riuscita a farne un muro su cui appoggiare le tue fondamenta, allora hai fatto un buon lavoro. Forse potrai vivere il presente in modo migliore, mostrare finalmente i denti e le unghie. Provare amarezza è un bene, non lo avrei mai pensato, eppure sono qui, ora, e lo faccio; penso che l’amarezza mi ricorderà per sempre che non dovrò mai più permettere a questa vita di prendersi gioco di me, di ciò che mi circonda. Proverò amarezza e sorriderò pensando che certe cose, veramente, è meglio tenersele per sé.

Fate tesoro della vostra vita privata, un giorno capirete quanto è importante. 

Nelle case di campagna ci vuole poco a passare dall’illusione e la gioia del cielo stellato e delle stelle cadenti piene di desideri, all’amarezza del vedere il ragno nell’angolo tra il muro e la finestra che cattura la povera falena finita per pura sfortuna nella sua ragnatela.

Essere in pieno premestruo omicida ed essere in un posto dove si sente odore di pizza ovunque è una di quelle cose che sembra tanto violenza psicologica e che dovrebbe essere vietata dalla legge.

Grazie, matematica, per avermi permesso di sviluppare alla perfezione capacità come il riuscire a sfruttare al meglio il tempo quando voglio battere il record di “episodi di una serie televisiva visti in un giorno”.

Oggi volevo dedicare due parole ad una persona che non c’è più, ad una persona con cui ho riso e fatto casino tra i banchi del liceo, una persona che poi mi sono ritrovata nei corridoi dell’università perché “aho me piacciono i video games me pareva logico annà in Giappone no?”, una persona che da poco aveva preso la laurea, che a settembre sarebbe atterrata nel paese del Sol Levante e che avrebbe realizzato un sogno che avevamo in comune.
Ah Lù, eri er peggio e sempre lo sarai. Non mi scorderò mai te che me urli dal finestrino di quella cazzo di smart di merda “ah rosciaaaaa konnichiwaaa” quando mi hai vista al pontile l’ultima volta.
Oggi ci stavamo tutti per te, hai visto sì?

Oggi ho detto ad una persona “Ho fatto una cavolata ad installare l’app di Messenger” ed ho sentito tutta la mia vecchiaia quando questa speranzosa mi ha bloccata esclamando “Oddio ma che l’hanno rimesso in circolazione?”
Mi è spiaciuto distruggere ogni sua speranza di inviare trilli e altre cose, inclusi i millemila smile salvati con i classici incroci di lettere che stanno in tante parole e che contribuivano a creare un’intricata rete di conversazioni da dover letteralmente tradurre. Niente più cose del genere. Solo un pallino sullo schermo del cellulare con la faccia di chi ti cerca.
Ma l’ho rassicurata: le rotture di scatole e la gente da non voler sentire sono sempre uguali.

Bloccata in auto da un acquazzone, sotto un pino perché mi piace sfidare la sorte e quindi fulmini nun ve temo, dopo che una, accecata sicuramente dalla pioggia, si è incollata il mio specchietto. Sta giornata dovevo capire che sarebbe stata uno schifo quando ho versato il caffè per terra stamattina.

Per la prima volta in vita mia provo la necessità impellente di emigrare in un altro paese europeo, che in qualsiasi caso sarà sempre più civilizzato del nostro e di tutta Roma nello specifico; la necessità di vivere da sola, o di convivere con chi amo, di realizzarmi altrove perché qui tutto mi va stretto. Ogni abito si è ritirato in un lavaggio sbagliato.

La vita fa schifo. E se per un attimo lo dimentichi lei non ci metterà nulla a farti ricordare com’è veramente. Uno schifo.

Se a parlar chiaro ci si rimette, allora meglio il silenzio. Che, si sa, sa esprimere i concetti meglio delle parole.

Grazie a dueantenneverdi, che oggi mi ha dato un ottimo motivo per chiudere i libri di giapponese e non fare una mazza, vi delizierò con queste fantastiche cose sulla mia vita in modo che possiate avvalorare ancor di più il pensiero che io sia un po’ folle. E se non lo pensavate ancora, beh, è il momento giusto per iniziare a farlo!

Dunque, iniziamo:

1. Qual è il sogno più strano che ti sia capitato di fare?
Aspetta che sroloto il papiro con la lista! No, seriamente, non faccio sogni normali, non esiste proprio, quindi la risposta a questa domanda è: TUTTI.

2. Se dovessi scegliere una città diversa dalla tua in cui vivere, quale sarebbe?
Qualsiasi città al momento è migliore di Roma. Potrei vivere a Parigi perché è pittoresca, romantica, grande, e bellissima, ma penso che tornerei senza pensarci due volte a Tokyo perché ci ho lasciato un pezzo di cuore.

3. Qual è il periodo storico che più ti affascina?
Io sono una patita di storia, quasi malata. Un periodo che mi ha sempre affascinata sin da piccina è stato quello dell’Antica Roma, ma i miei studi mi hanno portata ad affascinarmi in modo quasi ossessivo alla storia del Giappone, soprattutto quella del 1500/1600. La mia tesi di laurea era incentrata su questo :)

4. La canzone che più di ogni altra ti descrive? O a cui sei più legato/a
Mah, io sono una molto legata alla musica, ed ogni periodo/momento/persona/sentimento è legato ad una canzone diversa. Ti dirò quali sono le canzoni che mi creano più problemi, perché sono quelle che in un modo o nell’altro mi torturano la testa: Shed My Skin degli Alter Bridge, e Broken dei Sonata Arctica

5. Il cartone animato che ha segnato la tua infanzia?
SAILOR MOON AMICA SAAAAILOOOR MOOOOOOON!!! Ho tutti gli episodi della vecchia serie + film + manga, e adesso sto guardando la nuova serie/remake che stanno facendo in giappolandia <3 ancora mi emoziono quando la guardo, giuro! Al primo episodio della prima serie mi sono anche commossa perché sono tornata tantissimo indietro nel tempo, è stato bello!

6. Se potessi essere il protagonista di un libro/film, quale sarebbe?
Aragorn. Inutile dire da dove viene questo personaggio, vero?

7. Una pazzia che vorresti fare, ma per cui non hai il coraggio?
Prendere la macchina e partire senza meta.

8. Quale dei 4 elementi ti affascina di più e perché?
La Terra. Io sono un segno di terra quindi sono molto legata a questo elemento, ma più che altro sono affascinata terribilmente dall’idea che possa essere madre e distruttrice al tempo stesso.

9. Se potessi descrivere il paradiso, per te, come sarebbe?
Un posto pieno di luce e di pace dove potrei finalmente rivedere chi ho perso (sì, lo so, banale e scontata)

10. Un classico, il tuo piatto preferito?
Non posso rispondere a questa domanda perché dovrei elencarti una cosa simile ad un menù! :D sono di buona forchetta! Però diciamo che tutto ciò che è a base di pesce mi fa impazzire :)

And now, a quanto pare mi tocca elaborare altre dieci questions da sottoporre a voi (muahahahahah), vediamo:

1. Se potessi avere la possibilità di tornare indietro nel tempo, c’è qualcosa che cambieresti/rifaresti o che vorresti semplicemente rivivere?

2. Qual è la canzone che non dici a nessuno che ti piace perché te ne vergogni, ma che però ascolti?

3. Cambieresti i tuoi studi? O, se lavori, torneresti a studiare? Se sì, cosa?

4. Qual è il regalo più bello che hai ricevuto?

5. Hai un oggetto al quale sei particolarmente legato/a?

6. Montagna o mare? E perché?

7. Un libro che ti ha cambiato la vita?

8. Qual era il gioco che preferivi fare quando eri piccolo/a?

9. Hai la possibilità di dare un abbraccio ad una persona che in un modo o nell’altro non fa più parte della tua vita. Chi sarebbe?

10. Un viaggio che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita

Fanno un po’ schifo, però io comunque taggo volevoessereunapizza azzumel postcardsfromdelirium findmeinachampagnesupernova foraskingquestion e paturniesciroppate

Enjoy ♥

L’estate stimola la mia asocialità.

A me non sembra una cosa così tanto brutta quella di voler partire, di voler stare seduta sul bagnasciuga con i piedi bagnati da acque cristalline per un po’, di voler stare a mollo a godermi un’acqua stupenda. Non mi sembra per niente una cosa brutta, quindi, dico io, perché non farla? 

Ci deve essere una serata jazz nei paraggi di casa mia. La finestra è aperta, le note entrano insieme all’aria calda e umida della sera. Qualcuno suona il sax, lo fa divinamente, rapisce; i bassi sono forti, raggiungono il cuore, me li sento dentro. Studio, alla luce soffusa che il roteare delle pale del ventilatore rende come intermittente. Sono sul letto, scrivo tratti su di un foglio e mi lascio trascinare da questa musica calda, suadente.

x ciao x

Il calore dello sguardo di un nonno è una cosa bellissima. E’ uno sguardo così carico di sentimenti, così bello, esprime così tante cose che descriverle è impossibile. Chissà cosa vedono in noi, chissà cosa pensano; chissà quanto è grande la gioia che provano quando ci vedono alla porta di casa loro per una breve visita, che di tempo per loro ne abbiamo sempre troppo poco, ma quel tempo a loro basta, sembra chissà cosa. Chissà cosa pensano quando ci vedono andare via, se dietro quegli sguardi dolci e caldi c’è altro. E’ così bello lo sguardo dei nonni. E’ così bello che vorrei poter tornare indietro nel tempo e vederlo, di nuovo.