Oggi non mi frega di nulla. E’ una giornata così nera che poco me ne frega se faccio qualcosa di sbagliato, peggio di così so già che non potrà andare, quindi mangio cibi che non dovrei mangiare, poi se mi sento male non me ne frega nulla; faccio sforzi che non dovrei fare tanto chissenefrega non ce lo metti? Bevo cose che non dovrei bere perché mi sento trasgressiva. 

Oggi, sul serio, sei iniziata male, giornata. Ma io ti farò finire peggio, te lo giuro.

Il mio cuore ha problemi perché c’è chi me lo spezza.

Cosa si fa quando ci si sveglia preoccupati, in ansia per qualcosa ma senza sapere quale diamine sia questo qualcosa, soffocati dalla sensazione di non riuscire, di non muoversi quando in realtà si dovrebbe correre? Eh? Che si fa?

A me solo una domanda sorge spontanea: ma Yahoo!, no, che praticamente campava di stenti since 1994… dove li ha trovati i soldi per comprarsi Tumblr? 

Sono tanto stanca, oggi. Roba che mi ficcherei sotto le coperte seduta stante per non uscire più dal letto sino a domani. E invece niente, tra qualche ora esco di nuovo e vado a vedere il tramonto al mare perché ne avevo tanta voglia, e magari mi lascerò cullare dalle sue braccia, da lui, e mi lascerò anche coccolare perché sono stata tanto male stanotte, perché stamattina ho ballato per tre ore consecutive, perché ho i piedi a pezzi per colpa delle scarpette da punta assassine. Mi vestirò di bianco, anche se il bianco ingrassa, e mi rilasserò ascoltando il dolce brusio del mare.

“Le giornate sono più lunghe e più tristi quando so che non ti vedrò.”

Perdonatemi la volgarità.

Mi sono rotta il cazzo. Mi sono rotta di essere considerata “morta”, “asociale”, e tutto ciò che c’è di simile a questi due aggettivi solo perché non ho voglia di andare in discoteca. Mi viene detto che mi impunto, che è una presa di posizione più che altro, ma non è così, semplicemente non ho voglia di fare una cosa, e io non giungo a compromessi con me stessa, non mi obbligo a fare una cosa che so già che non mi piacerà solo per compiacere gli altri, per dar loro il contentino. No, mi dispiace, non lo faccio, perché io non chiederei mai a nessun altro di fare una cosa del genere per me. Sarò antiquata, che vi devo dire, ma sentirmi accusare sinceramente mi scoccia, mi scoccia veramente tanto. Ora perché tutti i miei amici vanno a ballare, questo implica che se voglio la loro compagnia di sera dopo le undici devo per forza andare con loro. Ma chi vi si fila ve l’hanno mai detto? Io se voglio stare con voi e, soprattutto, se voi volete stare con me, si trova altro da fare. Non per forza andare in un locale pieno di gente dove sì, voi vi divertite, ma io mi rompo i coglioni a livelli estremi. 

Io a ballare non ci voglio venire, e non ci verrò. E se non volete capirlo non me ne frega un cazzo.

Felino rassegnato che si fa fare un intero servizio fotografico con padrona. 

Una storia così.

C’era lei, e c’era lui. Lui era un po’ strano, un carattere di quelli che vanno compresi sino in fondo in ogni sfaccettatura, altrimenti si finirà col giudicarlo male; lei era un po’ più un libro aperto, parlava col viso senza aver bisogno di tante parole. Si erano messi insieme da un po’, qualche anno forse, dopo essersi rincorsi per un’intera vita, nel cortile di casa mentre giocavano, crescendo insieme ed arrivando poi al punto di innamorarsi. Lui era sempre stato un bambino un po’ taciturno, scontroso, e per certi verso un po’ antipatico, ma solo perché nessuno si era mai messo lì ad ascoltarlo, perché tutti erano sempre troppo occupati per farlo, ma poi aveva visto lei, una bambina bassa e magrolina con l’apparecchio ai denti, e allora aveva aperto la bocca e l’aveva presa in giro. Lei, che si comportava più come un maschio che come una femmina, gli aveva risposto per le rime e da quel momento si erano un po’ amati, un po’ odiati. Tra un gioco e l’altro, tra una presa in giro e l’altra, tra le comitive di amici che passavano dalle partite a nascondino alle passeggiate al parco, sino alle prime gite da maggiorenni; così, insieme. Lui parlava, e lei l’ascoltava, e questo era tutto.

Lei era un tipo di persona un po’ cagionevole. Lavorava in mezzo ai bambini ed era facile che si prendesse gli stessi malanni che avevano loro; capitava spesso che stesse a casa con la febbre, e allora lui andava a trovarla. Si presentava a casa sua, prendeva una sedia e si metteva seduto lì vicino al suo letto, senza aver bisogno di parlare perché lei era troppo stanca per farlo e lui non era mai stato tanto bravo con le parole; stava semplicemente lì e la guardava per un po’, tenendo in grembo un pacchetto che poi avrebbe lasciato sopra il comodino. Un pacchetto che conteneva delle semplici caramelle, le caramelle che ogni volta che lei stava male lui portava come regalo, con un augurio, perché sapeva che le piacevano, ed erano tutto ciò che lui si poteva permettere con la sua misera paga di due ore di lavoro al bar, dove scaricava le cassette della Coca Cola in attesa di trovare qualcosa di meglio, se mai ci sarebbe riuscito. Erano tempi duri, più duri dei tempi moderni; i soldi non c’erano nemmeno per comprare il pranzo, ma lui li usava per comprarle le caramelle per farle capire che l’amava. E lei lo capiva; quando stava meglio mangiava le caramelle e si teneva le scatoline, perché erano un ricordo dolce, bello; un gesto che valeva più di mille parole.

Mamma una scatolina ce l’ha ancora, nascosta. Papà non lo sa che la tiene ancora, perché altrimenti, dice lei, si monterebbe la testa. E non le comprerebbe più le caramelle. E non le comprerebbe più nemmeno a me, che sono sua figlia, ma mi ama così tanto da portarle anche a me, queste cosine qui.

‘verso l’infinito’ è una bella espressione, considerando che si tratta di un orologio (:

Ahahahah! Non ci avevo né pensato né fatto caso… mi hai fatto notare una cosa carina! Grazie! :D

Vedere le cose a cui tieni andare in mille pezzi e non poter far nulla per salvarle.